MakeUp in New York, il cambiamento climatico entra nella formula

Durante la Climate Week e MakeUp in NewYork, due mondi apparentemente lontani hanno finito per parlare della stessa cosa: come trasformare il tema del cambiamento climatico in azioni concrete lungo la filiera della bellezza.

NEW YORK — Per alcuni giorni, a settembre, due New York apparentemente diverse hanno raccontato la stessa storia.

Da una parte la città della Climate Week, l’appuntamento internazionale che riunisce istituzioni, aziende, investitori, scienziati e organizzazioni impegnate sul tema del cambiamento climatico. Dall’altra la New York della cosmetica, con MakeUp in NewYork, dove formulatori, produttori, brand, fornitori di ingredienti e professionisti dello sviluppo prodotto si incontrano per discutere del futuro della bellezza.

È proprio all’incrocio tra questi due mondi che si è inserita l’attività di Sharingredients.

La coincidenza è significativa perché il cambiamento climatico sta entrando sempre più nel linguaggio dell’industria cosmetica. A MakeUp in NewYork sono state presentate numerose formule e innovazioni accompagnate da riferimenti alla sostenibilità e, in diversi casi, al tema “Climate Change”.

Ma dietro queste parole rimane una domanda più difficile: che cosa significa concretamente affrontare il cambiamento climatico quando si produce un cosmetico?

Dal Climate Clock al laboratorio

Climate-clock
Climate-clock

Il Climate Clock nasce proprio dalla necessità di rendere visibile un problema che rischia di rimanere confinato ai rapporti scientifici.

Il grande orologio mostra il tempo stimato che rimane, sulla base del carbon budget, per mantenere una determinata probabilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Accanto al conto alla rovescia, il progetto utilizza le cosiddette Lifelines per rappresentare i progressi ottenuti attraverso alcune delle principali soluzioni climatiche.

Il messaggio è semplice: il cambiamento climatico non è soltanto una questione da discutere. È una questione di tempo e di azioni.

Il Climate Clock ha trasformato un dato scientifico in un oggetto fisico, visibile nello spazio pubblico. Una cifra che normalmente rimarrebbe all’interno di uno studio diventa un elemento della città.

La cosmetica sta affrontando una trasformazione simile, anche se su un piano completamente diverso.

Le parole climate change, sustainability, circularity e responsible sourcing compaiono sempre più spesso nel linguaggio con cui vengono presentati ingredienti, formule, packaging e nuovi prodotti.

La questione, però, è cosa accade dietro il claim.

Il clima comincia prima dello scaffale

Quando si parla di impatto ambientale di un cosmetico, l’attenzione tende naturalmente a concentrarsi sul prodotto finito: il packaging, i materiali utilizzati, il consumo di acqua, il riciclo.

Ma una parte importante dell’impatto nasce molto prima, nasce dalle materie prime.

Un ingrediente cosmetico deve essere prodotto, confezionato, trasportato, stoccato e infine utilizzato. E non sempre tutto ciò che viene prodotto arriva effettivamente all’interno di una formula.

È questo uno dei problemi sui quali Sharingredients ha costruito il proprio modello.

Nel mercato professionale degli ingredienti cosmetici esiste infatti una distanza spesso significativa tra la quantità minima che un fornitore è disposto a vendere e quella che un’azienda realmente necessita.

Un laboratorio può avere bisogno di cinque chilogrammi di un ingrediente per sviluppare e testare una formula. Il quantitativo minimo normalmente disponibile potrebbe essere di 25 chilogrammi.

La differenza non è soltanto commerciale, i 20 chilogrammi eccedenti devono essere conservati, gestiti e, se non vengono utilizzati entro la loro vita utile, possono trasformarsi in stock eccedente.

Usare meglio ciò che è già stato prodotto

La risposta di Sharingredients parte da un principio relativamente semplice: prima di produrre altro, è utile chiedersi se ciò che è già stato prodotto può essere utilizzato meglio.

Il marketplace permette alle aziende cosmetiche di acquistare ingredienti in confezioni più piccole rispetto ai quantitativi minimi normalmente disponibili sul mercato, rendendo possibile l’acquisto della quantità effettivamente necessaria per attività di laboratorio, sviluppo, test e produzioni pilota.

Ma c’è una seconda componente del modello, Sharingredients mette a disposizione anche materie prime in surplus provenienti dalla filiera cosmetica, consentendo a materiali ancora utilizzabili di trovare una nuova destinazione invece di rimanere inutilizzati.

È una prospettiva diversa rispetto alla tradizionale idea di sostenibilità, non si tratta soltanto di cercare un ingrediente più “verde”, Si tratta anche di interrogarsi su quanto materiale sia realmente necessario produrre, acquistare, trasportare e stoccare.

La parte meno visibile della sostenibilità

È un aspetto che raramente compare sulla confezione di un cosmetico.

Un prodotto può contenere un ingrediente di origine rinnovabile, avere un packaging riciclato o essere progettato con criteri di ecodesign. Tutto questo può contribuire a ridurne l’impatto.

Ma esiste un’altra domanda, molto meno visibile:

quanto materiale della filiera cosmetica viene prodotto senza essere poi utilizzato?

Ridurre gli sprechi di materie prime non significa, naturalmente, rendere automaticamente un prodotto “carbon neutral” o risolvere il problema del cambiamento climatico.

Significa intervenire su una delle tante inefficienze che caratterizzano una filiera industriale complessa.

Ed è proprio questa distinzione a essere importante.

La sostenibilità non può essere ridotta a un claim. Deve diventare, progressivamente, una serie di decisioni operative.

La distanza tra Climate Week e MakeUp in NewYork si accorcia

A prima vista, la Climate Week e una fiera dedicata alla cosmetica appartengono a due mondi diversi.

La prima parla il linguaggio della politica climatica, della finanza, dell’energia e della transizione industriale.

La seconda parla di formulazione, ingredienti, packaging, texture, performance e innovazione.

Eppure la distanza si sta riducendo.

Ogni cosmetico è il risultato di una catena di approvvigionamento. Ogni ingrediente richiede risorse. Ogni confezione deve essere prodotta. Ogni materiale deve essere trasportato e conservato.

La questione climatica, quindi, non comincia quando il consumatore acquista un prodotto.

Comincia molto prima.

Comincia quando qualcuno decide cosa produrre, in quale quantità, per quale mercato e con quale probabilità che quel materiale venga effettivamente utilizzato.

Dal claim alla pratica

È forse questo il punto più interessante emerso dall’esperienza newyorkese di Sharingredients.

Mentre il cambiamento climatico diventa sempre più presente nel linguaggio dell’industria cosmetica, la sfida successiva sarà dimostrare come quelle parole possano tradursi in comportamenti concreti.

La proposta di Sharingredients si colloca proprio in questo spazio: non aggiungere semplicemente un nuovo messaggio alla comunicazione sulla sostenibilità, ma intervenire su una delle dinamiche meno visibili della filiera degli ingredienti.

Utilizzare meglio ciò che è già stato prodotto. Acquistare quantità più vicine alle reali necessità. Ridurre le eccedenze. Favorire il riutilizzo di materiali ancora disponibili.

Sono azioni molto meno spettacolari di un grande Climate Clock nel cuore di Manhattan.

Ma la transizione climatica difficilmente sarà il risultato di una sola grande soluzione.

Sarà, piuttosto, la somma di migliaia di decisioni quotidiane riguardanti energia, materiali, produzione, logistica e consumo.

Il Climate Clock trasforma questa sfida in un conto alla rovescia.

La cosmetica è chiamata ora a trasformarla in pratica industriale.

E forse è proprio questo il punto in cui un grande orologio nel cuore di New York e una piccola quantità di materia prima destinata a un laboratorio finiscono per raccontare la stessa storia: il cambiamento climatico non riguarda soltanto ciò che produrremo domani. Riguarda anche il modo in cui decidiamo di utilizzare ciò che abbiamo già prodotto oggi.

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